Sangue, Suolo, Spirito… Italiani per vincolo, non per scelta!

Dopo la (ri)pubblicazione del nostro scritto sull’Unità d’Italia, abbiamo ricevuto alcune critiche riguardanti “l’Italia matrigna”, sul riconoscersi, piuttosto, nelle piccole patrie locali o nei fenomeni storici del passato, antico e recente, ed il difficile rapporto tra l’identità e l’attuale Stato, che oggi ancor più di ieri appare come la sua esatta negazione.

Il 17 Marzo, come l’8 Marzo quando abbiamo parlato del problema femminile e del tradimento identitario dei neo-femminismi, è una convenzione. In quella data buona parte dei popoli italiani si sono riuniti in un’unica costruzione statale, dopo molto tempo, che questo ci piaccia o meno. Questa unificazione non va celebrata in sé stessa, né vanno dimenticate le storture… sia però da sprone ad affrontare uniti la guerra per la sopravvivenza della nostra Civiltà, che aleggia tremenda all’orizzonte, e perché no, ad essere nuovamente grandi e a superare persino le glorie del passato, affinché non siano più miti incapacitanti. A noi piace il fatto che il 17 Marzo, “per caso”, sia una data carica di simbologia arcaica, riemersa dal nostro glorioso passato Italico-Romano.

Premettiamo che, nella nostra visione identitaria, la Nazione e il Popolo PRECEDONO lo Stato, che in quanto tale e degno di tale nome deve EMERGERE dalla riconferma giuridica (e sacrale) di tali vincoli comunitari pre-esistenti, dati dal Fato e non dalle costituzioni e dalle scartoffie. Detto questo, e premesso che, a nostro giudizio, l’attuale repubblica evidentemente non ha i requisiti per poter essere definita uno Stato propriamente detto, quanto, semmai, un “aggregato economico-politicante”, andiamo al punto, parafrasando un recente intervento pubblico di un nostro sodale lombardo: Italia e Italianità? Che cosa sono in una visione identitaria del mondo?

Prima di tutto, ci si riconosce Italiani IN QUANTO Lombardi, Veneti, Siciliani, eccetera. L’Italiano “artificiale” del giacobinismo, e ancor peggio l’italiano informe della televisione, non esiste: si è Italiani in quanto radicati in una delle identità millenarie che costituiscono la Nazione, realtà che hanno interagito per millenni e che non sono mai state nettamente separate.

Siamo una Nazione antica, e per tanto stratificata, una Civiltà che potremmo a buona ragione considerare un vero e proprio sub-continente a sé stante dello spazio culturale e geografico europeo. Allo stesso modo si è Europei soltanto in quanto parte di realtà esistenti, e l’Euro-Generation tutta Erasmus e patatine è il nuovo giacobinismo da combattere, fermo restando che, perlomeno, le ideologie nazionaliste del passato si riferivano ancora ad una idea di Patria e di Popolo, seppure all’interno dell’ideologia schiacciasassi del “progresso”, mentre il cancro apolide della finanza UE-atlantica è deliberatamente schierato per la distruzione dei Popoli.

Tra le identità reali, le “piccole patrie” e il sogno di un Imperium Europae c’è un “piccolo intermezzo”, un “piccolo incomodo”, vale a dire tremila e cinquecento anni di Italicità, più di duemila anni di Romanità, oltre il bagaglio immenso di relazioni linguistiche, culturali, diplomatiche, trai nostri popoli e le nostre genti, mai interrotte e sempre sfumate l’una nell’altra. Nessun nuovo arrivato, delle genti europee che hanno raggiunto ed abitato la Penisola e le circostanti montagne ed isole, è mai riuscito ad isolarsi completamente dalla condivisione di uno Spazio Comune, e di un comune destino, dai Galli Cisalpini alle città magnogreche, dagli slavoni delle valli friulane alle consistenti sacche catalane e madrilene di Napoli e della Sardegna, Ostrogoti e Longobardi. Di chi invece giunse come corpo estraneo, saccheggiatore, stupratore, dominatore forestiero, non rimangono tracce.

Una interazione secolare, fatta di cultura, letteratura, scambi linguistici, alleanze contro le invasioni straniere, che dalla comune eredità romano-italica è poi sfumata nell’appartenenza ‘romanico-italiana’. Un mondo squisitamente europeo, non chiuso in sé stesso, in parte influenzato dalle culture circostanti e dalla riemersione della vastità culturale ed etnica pre-romana, eppure coerente. La sua lingua è stata prima il latino, poi un canone “volgare”, l’Italiano, lingua ufficiale degli Stati preunitari, senza nulla togliere alla profondità e alla complessità di decine di altre lingue, varianti, dialetti, alcune delle quali molto diverse dalla lingua comune.

Non abbiamo più tempo, più energie, più risorse per occuparci dei meriti, e delle malefatte, di Garibaldi, dei meriti e delle malefatte, degli ultimi Borbone, o della Serenissima, o peggio ancora per impersonare ruoli fittizi nelle Guerre Galliche o nel Ratto delle Sabine. Sono fatti storici, parte del patrimonio comune, nel bene e nel male. Oggi la sfida è altra: ri-sorgere o estinguersi.

Ecco perché facciamo nostra l’idea di “risorgimento”, pur senza perderci in anacronistiche agiografie degli uomini della politica del secolo 19°, che come tutti gli uomini ebbero pochezze, debolezze e meschinità. A fronte di tremila anni di Civiltà Italica, senza parlare del “tempo prima del tempo” di origini che si perdono nell’immemoriale e nell’Eterno, tutto questo è “scoria che si perde nel pulviscolo della Storia”. Fra mille anni nessuno ricorderà i loro nomi, e i nostri nomi: ricorderanno la nostra Civiltà, e se essa sarà stata degna di preservarsi nel tempo.

Per chi non potesse, o non volesse capirlo, il Sistema ha regalato i giochi di ruolo e le maschere da indossare: celta, neoborbonico, garibaldino, milite fascista o partigiano nel 2017 dell’Era Comune. Per il Sistema tu puoi essere chi vuoi e scegliere “l’identità” che preferisci… basta che tu smetta di lottare.

Noi abbiamo scelto… di non scegliere: di essere noi stessi.

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