NATALI DI ROMA, ANNO 2770 a.U.c

“Sole che sorgi, libero e giocondo, tu non vedrai nessuna cosa al mondo maggior di Roma”

Così recita l’Inno a Roma di Puccini, riprendendo tanto il canto religioso del poeta romano Orazio, scritto per onorare i Ludi Secolari durante il principato di Augusto, tanto il successivo e struggente inno di Claudio Rutilio Namaziano, scritto in un momento di apparente fine delle glorie della Città Eterna.

Eppure, Roma non può morire, e celebra quest’anno 2770 anni trascorsi dalla sua Fondazione ad opera di Re Romolo. Ciò che Roma incarna nei secoli, è quanto più luminoso e potente vi sia nel destino d’Europa. Roma ci insegna l’importanza del Centro irradiante, dell’ordinamento degli spazi e delle genti nel rispetto delle differenze. Roma ci parla dell’importanza del ‘limes’, il Limite, il Confine, come garanzia di equilibrio e di applicazione di un diritto certo, di una legge sacra, nello spazio da lei ordinato ed amministrato.

Eppure, non è di “limitatezza” che ci narra l’eterna saga romana, ma dell’Infinito, dell’espansione ordinata della Luce attraverso le tenebre che si annidano ovunque Dei ed Uomini, distratti, distolgano il loro sguardo.

Roma è centrale nei Fati d’Italia: è compimento geografico ed etnico di una unità immemoriale di destino, che si manifestò persino prima della sua fondazione materiale, unendo genti italiche diverse e facendone un’unica Patria, celeste, in quanto Idea, prima ancora che terrestre, saldamente radicata nel Sangue e nel Suolo d’Esperia-Italia.

Roma è compimento e cardine dei destini d’Europa, coagulando attorno a sé il meglio della civiltà ellenica quando rischiò di perdersi nella decadenza di una proto-modernità ante litteram; radunando le valorose ma litigiose stirpi celtiche, fiere avversarie ed in ultimo tra le più valenti a difesa della civiltà romana; rappresentando la fioritura delle più svariate genti europee ed indoeuropee giunte al momento massimo della loro espansione, e dunque divisione.

Anche dopo la fine dell’Impero Romano, il mito di Roma è divenuto archetipo fondante ed indelebile, fonte di ispirazione per chiunque. Non c’è grande Nazione o grande civiltà Europea, o di origine Europea, che a torto o ragione non si ispiri a Roma.

Dai fasti della nuova Grecia bizantina, all’Impero medievale sobrio ed austero, dalle grandi monarchie rinascimentali ai fasti imperiali della Russia zarista ed odierna; dai liberi Comuni e signorie Italiane, fino ai complessi e controversi fenomeni contemporanei, dalla Rivoluzione Francese all’espansione prussiana, da Napoleone alla parodia americana dei simboli dell’Urbe.

Grande è l’influenza nel Diritto, nelle Arti, nelle scienze. Innegabile l’influenza nelle lingue dei popoli d’Europa, latine e non solo. Saggi remoti o più recenti dissero che Roma nacque in un momento di profonda tenebra, mentre tramontavano antichissime stirpi gloriose, come quella dei Dardani, antenati degli Etruschi e regnanti su Troia; Roma si sviluppò e crebbe mentre la Grecia si avviava verso una profondissima crisi dei suoi valori più sacri; mentre i fieri popoli del continente profondo sembravano esprimere loro stessi soltanto nella guerra e nel massacro reciproco.

In quei tempi si manifestò la mercantile e per-fida (dileggiatrice della Fides) Cartagine, in piena espansione nel continente europeo, dal sistema politico molto simile alle odierne oligarchie occidentali. Roma fu chiamata a sconfiggerla.

Un lampo nel buio: presso le misteriose rovine di una “Roma prima di Roma”, due Gemelli presero gli auspici, ed assieme alla loro avanguardia etrusco-italica di giovani guerrieri, sacerdoti, contadini e pastori, misero in comune le memorie degli Antenati nella capiente fossa del Mundus e si rischiararono alla luce del primo Fuoco di Roma.

Roma, oggi, è ancora bella, ancora centrale, nonostante mesi, anni, secoli di azioni volte a dissacrarne la memoria da parte delle più svariate anime distruttrici e caotiche.

Città magica ed evocativa, metropoli e paesone provinciale allo stesso tempo, capitale di una grande Nazione europea, oggi langue ostaggio degli ignavi, degli incompetenti e degli insaziabili parassiti, dei quali osserviamo , anche di questi tempi, frequenti raduni, di vario segno e di varia portata, in ogni caso nefasta.

Non ci scoraggino questi pensieri, perché benché la nostra lotta ci porti a dover difendere la Roma dei monumenti in rovina, dei palazzi barocchi, dei bucatini, di Rugantino e del Marchese del Grillo, non è questa Roma il fulcro del nostro devoto omaggio.

La Roma che vogliamo oggi ri-cordare, aurorale e non crepuscolare, non ha bisogno di essere difesa, ma solo di essere amata ed incarnata.

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