Dell’ossessione sul fascismo e della “guerra tra poveri”.

Si parla più di fascismo oggi che settant’anni fa, quando questo regime politico stava volgendo al termine dopo vent’anni di predominio quasi incontrastato sulla scena nazionale. “Spiagge fasciste”, “liste civiche fasciste”, “Grillo fascista”, “Salvini fascista”, “abetaie fasciste”, “vino fascista”, “gadget fascisti”… e quando non si utilizza il termine “fascista”, leggiamo sempre più spesso “estrema destra”, utilizzato per designare un po’ di tutto, dal liberismo muscolare di Trump a qualsiasi idea contraria a Ius Soli ed abolizione dei confini nazionali. Un grande carrozzone, dai razzisti all’americana alle forze del sovranismo borghese elettorale europeo come FPÖ e FN. Prima di tutto non ci crediamo… ed ovviamente non vi ci riconosciamo!

C’è un motivo ben preciso. Nel ciclo della Modernità matura, emerso dalla Rivoluzione Francese, nasce la divisione tutta moderna tra “destra e sinistra”. Ad essere onesti, i due termini hanno assunto significati molto diversi, nel corso della Storia, ma possono essere ridotti, con semplificazione estrema, alla Prima e Seconda posizione storiche: quella liberale classica e quella di stampo “socialista”. Già dalla fine dell’800, con una impennata attorno ai primi del ‘900, nascono posizioni politiche che intenderebbero superare questa dicotomia: tra queste il fascismo italiano, che ha il pregio di affermare il primato della comunità nazionale sull’economia e di riprendere l’enfasi sulle radici storiche del popolo italiano già care ad un Risorgimento all’epoca in buona parte confluito in rivoli borghesi e sospetti.

Da notarsi che il Patriottismo, al quale noi identitari ci rifacciamo quali inguaribili ROMAntici, è componente minoritaria e bistrattata di entrambe le posizioni, incentrate sull’economia e sul flusso delle merci: Popoli e Nazioni sono visti nel migliore dei casi come strumenti o contorno. Il nazionalismo borghese è appendice del liberalismo, mentre forme di amor patrio più o meno declinato in salsa proletaria e pauperista appaiono in buona parte dei regimi e degli autori socialisti. Nessun regime politico, in questo senso, pur contenendo tal volta posizioni identitarie, è stato un “regime identitario”, dal nostro punto di vista. Nemmeno il fascismo, diviso al suo interno tra componenti ammiccanti alle idee politiche coeve e precedenti ad esso.

Il fascismo, in Italia, rappresenta ventitré anni di Storia della Nazione, con i suoi alti e i suoi bassi: questa ideologia ha avuto un programma politico ben preciso, che si è delineato in tre fasi storiche ben distinte; prima della presa del potere, la fase pre-bellica e gli ultimi anni, contrassegnati dalla guerra civile e da uno scontro aperto con altre forze politiche nazionali e internazionali. E’ completamente fuorviante, come si tende a fare oggi, equiparare il fascismo ad una “non-ideologia”, ad un generico atteggiamento violento e criminale al potere in una Nazione. Fascismo non è sinonimo di totalitarismo, né di xenofobia, o d’altro ancora: il termine va utilizzato per delineare le idee che furono dei fascisti. E’ stato un tentativo di “Terza Posizione”, breve ed irrealizzato. Più complesso ancora il neofascismo, termine sì veramente fumoso e impreciso. Dal canto nostro, consideriamo “neofascista” chiunque si riproponga di riportare in auge, in forma contemporanea, le idee del fascismo storico. Non c’è altra definizione possibile senza lasciare l’analisi storico-politologica ed addentrarsi, invece, nel delirio più totale.

Perché allora, vista l’esiguità di queste posizioni oggi, come è logico aspettarsi in una società completamente diversa da quella di inizio ‘900, non si fa che parlare di “fascismo”?
Semplice: la II Guerra Mondiale, in modo in buona parte impropria, è stata vista dalla propaganda delle potenze vincitrici come una crociata, vinta, contro i fascismi.
Oggi, quello stesso ordine geopolitico, o meglio, ciò che ne rimane, vale a dire lo strapotere liberal-capitalista rappresentato dagli USA, dalla UE e dai loro protettorati fantoccio, è in palese crisi. Vano è stato il tentativo di attribuire il Male Assoluto all’ideologia comunista, naufragata per cause interne nell’Est del mondo. Alla caduta di questa, nel 1991, mancando un “nemico”, ecco che “torna il fascismo”, quel “Fascismo Eterno” o Ur-Fascismo a la Umberto Eco. Che cos’è? Xenofobia, suprematismo razziale, violenza ingiustificata, maschilismo, abnegazione di ogni cultura nel totalitarismo hobbesiano fine a sé stesso. Ovvio che faccia paura! Peccato che il più delle volte… non esista!

Un regime che si è fatto altrettanto violento, totalitario, prevaricatore, ossia il liberalismo globalista, che opprime i popoli sotto un triplice tallone di dittatura finanziaria, occupazione militare e diffusione di cultura spazzatura globalizzante, è alla sua fine. Già in tutte le città, in tutti i monti, le foreste d’Europa e del mondo, avvampa la resistenza identitaria, che parla di Sovranità, di Civiltà, di Uomo come soggetto politico e -in quanto tale- inserito nella sua Tradizione e nelle sue appartenenze.

Per contrastare ciò, e non potersi rappresentare per i dittatori che sono, altro di meglio non hanno, l’1% di detentori delle ricchezze del Sistema e i loro apparati, che spargere fumo e paura, evocando stragi e guerre del passato, risalenti ad un secolo fa. Facendo questo, avallano le stragi e l’oppressione vigente, e tutto ciò che potrebbe ancora accadere se non venissero fermati.

Spesso leggiamo, tra i sostenitori del famigerato “antifascismo”, di una presunta “guerra fra poveri” che i “fascisti” evocherebbero tra i Popoli, per coprire lo sfruttamento del Capitale. Se così fosse, una strategia del genere non potrebbe che vederci opposti, sempre in prima fila nel combatterla e smascherarla. Peccato che sia vero l’opposto: generando una società violenta e tribale, fatta di contrapposizioni etniche ed “estremismi contrapposti” folcloristici, basati sull’agitare qualche simbolo passato come feticcio, la “guerra tra poveri” sono loro i primi ad evocarla e renderla reale! Contro un nemico immaginario e già sconfitto (non da loro!), mentre evitano come la peste di scagliarsi contro gli sfruttatori, gli affamatori, i genocidi, gli usurai.

Per questa ragione, Azione Identitaria, non cade nella trappola: sul fascismo, come fenomeno storico, lasciamo che i nostri militanti si facciano l’idea più razionale possibile.Le nostre posizioni sono di evocazione, promozione e difesa della cultura e della tradizione patrie, le quali, riferendoci all’Italia, vantano perlomeno tremila anni di riferimenti, antichissimi e recenti. Non ha alcun senso “ripartire dal fascismo”. Eppure, vent’anni di fascismo potrebbero essere studiati serenamente, come la minima parte di questa Storia italiana che rappresentano: non dovrebbero generare divisioni settarie tra patrioti, come spesso invece accade.

Sull'”antifascismo militante” evocato come spauracchio, invece, abbiamo una idea ben precisa: non fa parte dei fenomeni del politico, ma di quelli afferenti alla malattia mentale e al disturbo psichiatrico, e come tale andrebbe trattato.

No agli utili idioti del Sistema: gli identitari dicono NO agli “antifa” e alla loro caccia alle streghe!

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